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No Photos 26th Sep 2009 - 13th Oct 2009
Baseball

Amo il baseball: è questa la conclusione.

Si, è alla fine di “questo” breve tour USA+Canada che imparo la lezione.
Le chiacchiere con Shawn, tifoso dei Phillies conosciuto a Chicago (più di un'ora a parlare degli ultimi dieci anni di MLB), il pellegrinaggio agli stadi di ogni città visitata e l'esperienza diretta a Fenway Park, mi introducono nella Hall of Fame del tifoso non giocatore.
Alle scuole medie, i biglietti gratis per assistere alle partite della squadra della mia città (il Rimini degli anni '80) regalati dalla professoressa Ceccaroli (madre di Paolo: lanciatore della Nazionale Italiana) creano la necessaria curiosità. Ma in Italia, il baseball è ignorato da televisioni e giornali, e la mia passione, per anni, si limita solo alle partite dei playoff che regalano grandi emozioni e garantiscono la continuità nell'interesse.
Il cinema, internet, e la MLB cambiano le cose.

Mi appassiono ai film americani come:
“The Natural” con Robert Redford e la vita riacciuffata all'ultimo inning,
“L'uomo dei sogni” e la storia di Shoeless Joe Jackson,
“Bull Durham” e il fascino delle serie minori,
“8 uomini fuori” e lo scandalo dei Black Sox nel 1919,
“L'idolo delle folle” con il protagonista Gary Cooper destro che impersonava Lou Gehrig mancino e la pellicola capovolta nelle scene di gioco (così come i numeri sulle maglie e la corsa sul diamante)
“For love of the game” (ancora Kevin Costner) e la “solitudine” del lanciatore nella partita perfetta,
“The Fan” con Robert De Niro nei panni del tifoso “malato” e la bella descrizione dell'opening day
“Wild Thing” e la sua leggerezza divertente a completare il quadro.

“Pirati”, ovvero il soprannome del Baseball Rimini, mi spinge ad approfondire la storia della squadra di Pittsburgh. Conosco Roberto Clemente MVP nelle World Series dell'anno in cui sono nato, la “famiglia” vittoriosa dell'anello nel '79. Divento supporter della franchigia detentrice del peggior record di annate negative consecutive di tutta la MLB: ben 17!
E proprio i numeri sono un fattore fondamentale del Baseball: le statistiche infinite, le percentuali, i record, sono parte imprescindibile del gioco.

Gli americani pensano che la loro giovane cultura abbia prodotto tre cose imbattibili: la costituzione, il jazz, e il baseball. "Vedo cose straordinarie nel baseball. È il nostro sport, lo sport americano. Fa uscire la gente di casa, le riempie i polmoni, dà alla gente un nuovo eroismo fisico. Ci solleva dalle nostre nevrosi. Ripara i nostri guai, ed è una benedizione". [Walt Whitman]

A New York, da turista che alloggia in Manhattan, è facile osservare come la quasi totalità delle persone tifi Yankees. Una maglietta, un cappellino, tutto indica la stessa direzione... Probabilmente anche il commesso del negozio ufficiale dei Mets nell'East Village è un fan dei “Bronx Bombers”.
Non ho niente contro gli Yankees, ma non riesco a farmeli piacere: troppi soldi, troppi campioni sottratti alle altre squadre ogni anno, troppi “tituli”, troppo facile tifare per loro. E poi, “la casa che ha costruito Babe” non c'è più. Sono in ritardo di un anno. Lo storico Yankee Stadium del 1923 ha chiuso ed io sono curioso di sapere che fine ha fatto: l'hanno demolito? È ancora lì?
Nel vagone in acciaio scintillante della metro (che qui tutti chiamano “subway”) in direzione UpTown sono l'unico bianco. Neri e ispanici si dividono equamente la statistica e la sensazione è quella di essere capitato nel mezzo del film “I Guerrieri della Notte”: da un momento all'altro mi aspetto di vedere Luther sulla piattaforma e sentirlo recitare “guerrieri, giochiamo a fare la guerra?”
In circa mezz'ora arrivo a destinazione. Abbastanza in anticipo per assicurarmi un buon posto alla partita serale contro Kansas City. Ma i prezzi dei biglietti sono decisamente troppo cari per un match “inutile” (a qualificazione ai playoff già raggiunta) e l'impegno di tornare a recuperare il mio telefonino (quel bastardo) prima che il negozio dell'assistenza chiuda, mi fanno desistere.
La “casa di Babe” è ancora in piedi, ma è triste come un divano inutilizzato per molto tempo e nascosto da una coperta piena di polvere. Il nuovo stadio è “troppo nuovo”, la struttura in cemento armato prefabbricato non ha niente a che vedere con il fascino del terzo ballpark più “anziano” di tutta la MLB. I tifosi cominciano ad arrivare, e non manca qualche cappellino dei Royals. Desisto, non sono abbastanza motivato e non voglio “rovinare” il mio esordio. Addio Bronx.

Neanche 24 ore dopo è tutto diverso. Boston esalta le sue squadre con una partecipazione appassionata. Merchandising di Red Sox, Celtics, Bruins e New England Patriots sono equamente distribuiti tra abitanti e negozi.
Fenway Park è per me un magnete. Le tribune con struttura in acciaio colorate verde bottiglia, i seggiolini rossi che si intravedono da fuori e i numeri dei giocatori più importanti ritirati ed esposti all'esterno mi calamitano. Giro intorno allo stadio per due volte, prima di entrare. Intere famiglie a passeggio: giovani, anziani, gente di ogni età e condizione sociale riempiono le strade chiuse al traffico. Luci, suoni, odori affollano il delirio di negozi che vendono ogni tipo di gadget e le bancarelle che offrono hot dog ed altre varietà di “cucina tipica”.
Entro e mi ritrovo catapultato in un film. Siedo accanto a James Earl Jones e vedo le scritte sul tabellone elettronico, faccio conoscenza con il Green Monster: molto piacere. Italian Sausage, Boston Franks, Boston Burgers, French Fries e Coca Cola sono le delizie che più volte mi spingono ad allungare le file dei tifosi durante le pause di gioco e che ingurgito durante i nove inning della partita. Mi sento “uno del posto” quando applaudo con i giusti tempi, “leggendo” un lancio e quando incito la squadra: “Let's go, Red Sox!” Vittima predestinata è Cleveland. 3-0 senza storia, il punteggio finale. Prima di uscire percorro tutto lo stadio per fissare nella memoria il ricordo di una esperienza così tanto desiderata nel “most beloved american ballpark”. Mi immagino sugli spalti durante la “reverse” della “curse” nel 2004 (da 0-3 a 4-3 nella serie contro gli Yankees). Mi cacciano. Rientro, non posso resistere, e compro una pallina: mio trofeo personale.

108 e 3 sono i numeri che mi accompagnano nel parco di Mont Royale in Montreal.
Ci sono 108 cuciture in una palla da baseball: lo sanno anche i sassi, in America. E 3 sono le dita che servono per lanciarla: pollice, indice e medio. Solo i ragazzini stranieri lanciano una palla con tutta la mano. Ed in Canada lo sanno bene, tanto a Montreal dove incontro negozi di souvenir ancora pieni di maglie Cooperstown Replica degli Expos, quanto a Toronto dove lo SkyDome, ora “Rogers Centre”, completamente chiuso ed inaccessibile, non mi permette di apprezzare nulla.
Stadio troppo moderno ed impersonale per i miei gusti che subito dimentico alla vista del Coca Cola Field quando arrivo in Buffalo. La casa dei Bisons, squadra di AAA affiliata ai New York Mets è invece una vera sorpresa: piccolo, ma non troppo, mi affascina per l'atmosfera che riporta la mia mente al set del film Bull Durham.

Rimango sorpreso a Cleveland dove lo Jacobs Field ha cambiato nome piegandosi alle regole del business: “Progressive Field” il nuovo sponsor. È già sera e la stagione qui è finita, ma attraverso un cancello, riesco ad intravedere dall'esterno quello che sarà il diamante sede del prossimo All Star Game nel 2010.

Baseball City arriva alla fine. Chicago è l'ultima tappa di questo mio breve peregrinare in USA e Canada. Tutti in città parlano di baseball. Cubs al nord dove Wrigley Field è la mia prima tappa e White Sox con il nuovo U.S. Cellular Field, al sud. Entrambe le squadre quest'anno sono fuori dalla postseason e tutte e due hanno la pavimentazione esterna allo stadio personalizzata con i nomi dei tifosi che hanno “contribuito alla causa” con donazioni in denaro.
Wrigley Field da fuori è incredibile: ma in maniera negativa. Sembra un enorme abuso edilizio: rampe e blocchi di cemento armato prefabbricato, tribune appoggiate su ferraglia arrugginita mi disorientano. Non solo. Sulle coperture piane degli edifici costruiti lungo le vie adiacenti allo stadio, si elevano altre tribune “supplementari” per uno spettacolo “non proprio dei migliori”. Le visite guidate si tengono solamente il venerdì e purtroppo non riesco ad entrare... poco prima di desistere conosco il custode: mi permette una rapida occhiata all'interno. Resto a bocca aperta. Le poltrone dello stesso colore del prato e l'edera che copre la zona degli esterni sono uno spettacolo emozionante: mi commuovo.
Neanche una mezz'ora di metro Red line e passo dalla zona nord di Addison Station a quella sud della 35th street, dove si eleva il nuovo stadio dei White Sox. Troppo curato, troppo nuovo, troppo chiuso, non mi piace... resto deluso. Le sculture commemorative all'esterno e la casa base del vecchio stadio, posta sull'entrata principale del nuovo, però, attirano la mia attenzione.
La mia fantasia corre indietro nel tempo, allo storico Comiskey Park, costruito nel sito adiacente, e alle gesta di una squadra pressoché imbattibile, macchiate da interessi personali: anche ad inizio secolo comandava il dio denaro! Già negli anni cinquanta, in America, le franchigie cambiavano città in nome degli interessi economici. Come racconta Don De Lillo in “Underworld” (uno dei migliori romanzi americani di sempre), nel 1957 non c'erano squadre forti in California e ce n'erano troppe a New York, la capitale del baseball. Così, in un solo anno, Giants e Dodgers se ne andarono a San Francisco e Los Angeles, nuovi stadi moderni, nuove folle, nuovi soldi, nuova geografia del baseball. Ma non era così per tutti. Non per “shoeless” Joe Jackson e non per coloro che conservano lo spirito innocente di un bambino e guardano con fiducia ad uno sport in cui non è mai finita, in cui chiunque ha sempre un'occasione, come in America.

Il baseball è un gioco semplicissimo: si lancia la palla, si colpisce la palla, si prende la palla. A volte si vince e a volte si perde. Ma qualche volta può piovere...

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